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Apprezzato come musicista e star da milioni di persone, George Benson ha avuto il duplice ruolo di improvvisatore competente e canzonettista sempre appassionato. Lui ha costantemente messo la sua arte acuta e perspicace al servizio di una ritmica molto eccitante. Grazie al suo singolare approccio astuto, seducente con il rhythm and blues, si è guadagnato una reputazione impeccabile come una delle star più intraprendenti ed attraenti della musica.

È probabile che in pochi abbiano previsto quaranta anni fa questo livello impressionante di celebrità, quando Benson era un giovane chitarrista che lavorava nei pub ad angolo della sua Pittsburgh. Li è dove il suo forte desiderio di soddisfare la folla nacque. “Io ero un canzonettista prima”, dice orgogliosamente “Da bambino io ho cantato, ballato e suonato l’ukulele in un nightclub. Man mano che la mia carriera andava avanti, ho avuto il piacere di suonare con i jazzisti migliori del pianeta. Ma questo non cambia il mio desiderio di intrattenere il pubblico. Questo è quello che sono realmente.”

Fu Wes Montgomery, uno dei musicisti più creativi del jazz, che Benson incontrò nella fase iniziale; il veterano si complimentò con il giovane chitarrista, esortandolo a continuare il suo lavoro già impressionante. Nei primi anni sessanta, Benson lavorò come apprendista con l’organista Brother Jack McDuff; trovò l’oscillazione arenosa dell’organista un terreno fertile per le astute, sicure ed avventurose linee di chitarra che gli fecero guadagnare una prima reputazione come specialista.

“Jack mi indirizzò su molta roba”, ricorda Benson, “Molto del jazz che abbiamo suonato insieme era ballabile, e quello mi aiutò a capire ciò che vuole il pubblico. Quando il jazz era ballabile, era reale. La roba intellettuale che è venuta più tardi – Charlie Parker e tutti gli altri – si spostarono verso sonorità più intelligenti. Ciò era buono, ed io intrapresi tale strada. Ma sinceramente mi piace quando persone saltano sui loro talloni e impazziscono.”

Montgomery aveva chiamato uno dei suoi migliori dischi “Boss Guitar”. Benson era condannato a tallonare il suo eroe; il suo esordio del 1964 fu pubblicato come “The New Boss Guitar”. Fu all’altezza del suo titolo. Il sound di Benson era succoso, ed i suoi solo di blues luccicarono di una logica attentamente levigata. Un elegante funk ed un’estetica swing prevalgono.

Dal momento in cui il leggendario talent scout John Hammond firmò Benson alla Columbia, il nome del chitarrista iniziò a vociferarsi in tutta l’industria. Il suo lavoro per l’etichetta provò che l’intuizione di Hammond era in target: ragione ed intuizione erano in perfetta sincronia.

“Io mi ero seduto con un grande pianista cieco di San Francisco di nome Freddy Gambrel”, ricorda Benson. “Lui mi illuminò su dei modi meravigliosi di entrare ed uscire dai cambi di corda e saldare insieme le armonie. Chiaramente volevo essere come Charlie Christian, Django Reinhardt e Hank Garland – miei eroi. Mi sono sempre piaciuti gli hot guitar guys.”

Puntando su questa combinazione Benson conquistò l’accesso a tutti i generi di arene. Il suo lavoro era illimitato: alla fine degli anni sessanta partecipò a delle session dell’impetuoso Miles Davis, ed apportò delle idee personali anche al sound di “Abbey Road” dei Beatles.

Legandosi all’etichetta CTI nel 1970, ebbe a che fare con molti degli strumentisti più eccellenti di jazz, incluso Stanley Turrentine, Ron Carter e Freddie Hubbard. La sua visibilità ed il suo prestigio crebbero ulteriormente. Album classici, come “Beyond the Blue Horizon”, abbondarono. Ma dopo un po’ le differenti idee cominciarono a fluire dalla musa di Benson. E l’ambiente non sembrò adatto per la sua crescita.

“Io insistevo circa il mio suono di chitarra da anni, ma loro non volevano sentirne parlare. Volevo usare la mia band in studio, per sentirmi a mio agio e tirar fuori del materiale. Ma era come tirarsi un dente. La prima volta che ho tentato di cantare insieme alla mia chitarra, ognuno nello studio mi ha fischiato. Dissero tutti che non avrebbe funzionato. Quando collaborai con Tommy LiPuma tutto cambiò. Lui disse ‘Sicuro, andiamo con le voci, vediamo dove arriviamo.’ E Lei sa ciò che accadde dopo.”

Ciò che accadde fu “Breezin”, il primo disco di jazz che raggiunse il disco di platino. Il successo del 1976, il suo primo di una lunga collaborazione con la Warner Bros. Record, portò la title track strumentale nelle radio di jazz. E la sentimentale interpretazione eseguita da Benson di “This Masquerade” di Leon Russell, che rappresentò la popolarità del chitarrista insieme al suo stacco solista, era una bomba di popolarità. Proseguì con molte hit popolari, incluso una versione sensuale di “On Broadway” e l’irresistibile “Give Me The Night” che entusiasmò molto i ballerini. Benson era un divo.

Dei vecchi fan erano seccati di questo nuovo successo. “Suppongo che sia stato il più grande crimine che abbia fatto per quanto riguarda gli amanti del jazz”, afferma Benson, “A loro non piace vedere che suoni per un pubblico generico. Loro vogliono essere soddisfatti. Ma io ho provato quel approccio e non funziona per me. Nessuno può restare uguale per 30 anni. Ho sempre tentato di far si che la mia esperienza si mostrasse. Più impari, più cambi. La porta si aprì ed io l’attraversai.”

Durante gli anni ottanta, Warner Bros. e LiPuma seguirono il loro successo esplosivo con molti dischi di Benson terrificanti. Singolarmente, mescolarono groove e lavoro di chitarra, dimostrando che l’R&B era una parte naturale del profilo di Benson. Insieme, cementarono la sua rinomanza globale. Il chitarrista ha vinto dieci GRAMMY®s, suonato in tutto il mondo ed emozionato molte folle col suo suonare.

Nel mezzo degli anni novanta Benson seguì LiPuma all’etichetta GRP. La loro associazione si era dimostrata artisticamente e commercialmente fertile; entrambi vollero sostenerla. Insieme selezionarono la gemma del 1996, “That’s Right”. Offrì una versione moderna di jazz contemporaneo che ha ricordato ai suoi ascoltatori che Benson era uno degli antenati del genere.

Oggigiorno, gli interessi di Benson sono molti. Lui è spesso avvistato fuori dal Manhattan jazz club, mentre controlla l’attività di giovani chitarristi. I più impressionanti talvolta sono invitati di nuovo al Benson HQ per jam session e discussioni stilistiche. Il chitarrista è risoluto circa il conservare lo splendore nel suo modo di suonare.

“I più giovani risvegliano in me qualcosa dei primi giorni”, dice Benson, “io amo ascoltare e suonare con ragazzi come Joshua Redman, Roy Hargrove e Christian McBride. Quando loro mi dicono che ho ancora il colpo, io mi sento grande.”

Benson fece seguire a “That’s Right”, “Standing Together”, anche questa con GRP. L’album assicurò che i suoi colpi erano più acuti che mai; usò elementi di hip-hop ed i ritmi caraibici per dare al suo personale R&B un taglio più nervoso.

“Io non sono contro le orecchie delicate”, ridacchia, “ma mi piace il mio essere significativo, non solo rumori nel disco. Alcune di quelle vecchie tracce che usammo sono fresche. Loro mi diedero dei piccoli bocconcini di suono per rimbalzarci con la mia chitarra.”

Con “Absolute Benson”, ancora una volta ci sorprende enfatizzando musica strumentale. Solamente tre dei motivi dell’album presentano parti vocali, così il suo distintivo modo di suonare la chitarra prende il centro del palcoscenico. Mischiando Jazz con R&B e blues, “Absolute Benson” punta all’accessibilità e richiama gli album di Benson dagli inizi alla metà degli anni settanta. “Absolute Benson” illustra la virtuosità di Benson senza sacrificare il suo interesse per il groove, il beat e la melodia.

Libero dalle costrizioni di prevedibilità, lui ha costruito una carriera sullo scoprire ciò che alle persone piace ascoltare e quello che a lui piace suonare.

“Dovevo infrangere un paio di regole lungo la strada”, riflette “C’era una legge non scritta: essere fresco, non diventare troppo volgare. Ma una volta il jazz era musica estrema. Ed il modo più facile per coinvolgere le persone è ottenere che battano i loro piedi. Quando staranno battendo la punta, andranno nella tua direzione. È così, quando posso stare a galla, ogni forma di jazz confluisce nella musica. Una volta che gli spettatori sanno che io li rispetto, mi permettono di essere qualsiasi cosa io voglia essere. Io spero.. no, io credo fermamente, che sarà sempre così.

Con l’album “Irreplaceable” segna un cambio di direzione verso una setosa e sensuale soul music…dal taglio urbano, decisamente contemporaneo. “Io sto tentando solo di svegliare delle persone”, afferma Benson con il deciso pathos di un hipster di Pittsburgh, “di dar loro qualcosa che non si aspettano. Proprio come nel `76 quando registrai “Breezin” ed ognuno si aspettava un una parte strumentale di 8,000 note per secondo come io avevo fatto di passato. Io, invece, lasciai cadere su di loro un brano vocale, ‘This Masquerade’! Quindi, questa volta stiamo entrando in modo deciso da sinistra. Quando il DJ dirà ‘Quello era George Benson’ , la gente penserà ‘Cosa?’ e non crederanno a quanto detto…ed è quello che noi vogliamo.”

GEORGE BENSON—GRAMMY® AWARDS

This Masquerade – Record of the Year (1976)
Breezin’ – Best Pop Instrumental Performance (1976)
Theme from Good King Bad – Best Rhythm & Blues Instrumental Performance (1976)
On Broadway – Best R&B Vocal Performance, Male (1978)
Give Me The Night – Best R& B Vocal Performance, Male (1980)
Off Broadway – Best R&B Instrumental Performance (1980)
Moody’s Mood – Best Jazz Vocal Performance (1980)
Being With You – Best Pop Instrumental Performance (1983)
Mornin’ – Best Pop Instrumental Performance. George Benson & Al Jarreau (track from “Givin’ It Up) (2007)
God Bless the Child – Best Traditional R&B Vocal Performance. George Benson & Al Jarreau (featuring Jill Scott) (track from “Givin’ It Up) (2007)